È un giovedì sera di ottobre, Bergamo Alta, la città vecchia. La chiesa di Santa Maria Maggiore in Piazza Vecchia è quasi vuota, tranne per una ventina di persone riunite vicino all'altare sinistro. Il direttore del coro, un uomo di cinquant'anni con occhiali spessi, alza una mano. «Alti, da capo. Soprani, attenti all'attacco». Una donna in fondo, Giovanna, sessantuno anni, capelli grigi legati in una coda bassa, annota qualcosa sul suo spartito. Accanto a lei, Paolo, sessantaquattro, bassi, cerca il suo «do» a mezza voce. Non si sono ancora parlati, ma domenica si saluteranno dopo la messa. Sei mesi più tardi, saranno una coppia.
Giovanna è vedova dall'autunno 2020. Paolo è divorziato dal 2015. Si sono iscritti al coro parrocchiale nello stesso mese di settembre, per motivi diversi, senza sapere l'uno dell'altra. È un incontro tipicamente italiano, di quelli che non escono mai sulle riviste patinate, ma che si ripetono in molte parrocchie del Nord e del Sud, e che hanno il pregio di non essere mai messi in scena.
Giovanna: «Ho ripreso a cantare per pietà di me stessa»
Al telefono, Giovanna parla con gentilezza e precisione. Insegnava matematica in un liceo di Bergamo fino al 2019. Suo marito, Antonio, ingegnere elettrotecnico, è mancato nel novembre del 2020 durante la seconda ondata del Covid. «È stato duro, come è stato duro per molte famiglie di questa città. Bergamo ha portato un peso collettivo. Io ho portato anche il mio».
Per due anni Giovanna ha fatto il minimo: casa, supermercato, cimitero, una sorella a pranzo la domenica. Poi, nella primavera del 2023, durante una messa a Santa Maria Maggiore, ha sentito il coro cantare un inno che cantava anche lei al liceo, da adolescente. «Ho pianto per mezz'ora in chiesa. Non di tristezza. Era qualcosa di più vecchio. Ho pensato: questa voce mia è ancora lì dentro. Se non la tiro fuori, si spegne con me».
Ha scritto al parroco a settembre, chiedendo se il coro accettasse principianti adulti. Le hanno risposto di sì.
Paolo: «Non credevo, ma volevo cantare»
Paolo, sessantaquattro, è architetto libero professionista. Divorziato da otto anni, una figlia a Milano. Non frequentava la parrocchia dai tempi del liceo. Si è iscritto al coro per un motivo che lui stesso definisce «poco nobile»: voleva cantare, e nel suo quartiere il coro parrocchiale era l'unica opzione gratuita e decente.
«Ho avvisato il direttore onestamente», mi dice. «Non sono un fedele praticante. Posso cantare lo stesso?». Il direttore, uomo di mondo, ha risposto: «Se canta bene il Gloria, non mi interessa in cosa crede». Paolo è entrato nel gruppo dei bassi il primo giovedì di settembre 2023.
Le prime settimane: nulla
Per due mesi Giovanna e Paolo non si parlano. Lei è nel gruppo dei soprani, lui nel gruppo dei bassi. Le prove durano un'ora e mezza, poi tutti vanno a casa. A Bergamo Alta, dopo le venti, il freddo di ottobre e novembre scoraggia i gruppetti che chiacchierano in piazza.
Giovanna lo nota per la prima volta a un concerto di Natale, il diciannove dicembre. Paolo canta il suo «do» con una voce grave e pulita, e lei, dal gruppo dei soprani, gli lancia uno sguardo distratto. «Ho solo pensato: che bella voce. Niente di più», mi racconta oggi.
Un caffè, una domenica
Dopo le feste, a gennaio 2024, una parrocchiana anziana organizza un caffè collettivo in una sala della canonica dopo la messa della domenica. Giovanna si presenta, Paolo anche. Si trovano seduti fianco a fianco, per caso, al tavolo lungo. Parlano del concerto di Natale. Lei gli fa i complimenti. Lui arrossisce leggermente. Cambiano argomento: Bergamo, il freddo, i libri che stanno leggendo.
Il caffè dura quaranta minuti. Alla fine Paolo dice, senza enfasi: «Se vuole, giovedì prossimo possiamo tornare insieme a piedi dopo la prova. La accompagno alla funicolare. È buio ormai». Giovanna accetta.
Tre mesi di camminate a Bergamo Alta
Da gennaio ad aprile, ogni giovedì, dopo la prova del coro, Paolo accompagna Giovanna a piedi fino alla stazione della funicolare di Bergamo Alta. Dieci minuti di cammino nel buio, lungo via Colleoni, il freddo di lombardia, qualche lampione giallo, silenzi e chiacchiere brevi. «Parlavamo di cose che non sembravano importanti, ma erano importantissime», dice Giovanna. «Del tipo di pane che ci piaceva, di una mostra al Carrara, di un film. Non ci raccontavamo i nostri matrimoni. Non ancora».
A marzo Paolo le propone un concerto al Teatro Donizetti la domenica pomeriggio. Lei accetta. Dopo il concerto, in una trattoria, lei gli racconta di Antonio, del Covid, della figlia a Milano. Paolo ascolta. Non interrompe. Quando lei finisce, lui racconta del proprio divorzio, brevemente, senza rancore. «Ho sbagliato molto anch'io», dice semplicemente. Giovanna apprezza quella frase più di tutto il resto.
Due anni dopo
Oggi, aprile 2026, Giovanna e Paolo non vivono insieme. Ciascuno ha il proprio appartamento, entrambi a Bergamo. Si vedono tre o quattro volte a settimana. Cantano ancora al coro. Non si sono ancora presentati formalmente alle rispettive famiglie (la figlia di Paolo conosce Giovanna, ma i figli adulti si conoscono solo di sfuggita). Passano le vacanze brevi insieme, le lunghe spesso separatamente con i propri figli.
«Non abbiamo fretta di sistemare niente», dice Paolo. «Alla nostra età, stabilire troppe cose definitive è un modo per smettere di vivere». Giovanna aggiunge: «Antonio non tornerà. Io non lo dimentico. Ma non mi punisco più per il fatto di essere ancora qui. Paolo lo sa. Non gliel'ho mai spiegato con parole, perché non serve».
Cosa vorrebbero dire a chi sta ricominciando
- Cerchi un luogo vero, non un palcoscenico. «Un coro parrocchiale non era romantico sulla carta, ma era vero. Lì si va per cantare, non per farsi vedere».
- Lasci che l'altro si riveli lentamente. «Abbiamo parlato dei nostri lutti solo dopo tre mesi. In quei tre mesi avevamo già conosciuto qualcosa di più profondo: il ritmo reciproco».
- Accetti le case separate. «Alla nostra età due case ben abitate sono meglio di una casa fusa male».
- Non abbia vergogna dell'età. «A sessanta si canta con una voce che a venti non avremmo avuto. L'amore, a sessanta, è così».
Un'ultima immagine
Il giovedì sera, a Santa Maria Maggiore, Giovanna e Paolo entrano ancora separatamente. Lei dal portone laterale, lui dalla piazza. Si ritrovano all'inizio delle prove, ciascuno nel proprio gruppo. A fine prova escono insieme. I parrocchiani più anziani, che frequentano la chiesa da cinquant'anni, li guardano con una specie di tenerezza discreta. «Stanno bene, quei due», mi ha detto una signora. «Non fanno rumore. E le cose che non fanno rumore, a Bergamo, di solito durano».